|
di Michel Smith
Un amante di puros che scopra un Cohinba made in Usa dalla General
Cigar – strato esterno indonesiano e interiora dominicane – non vi
ritrova il medesimo splendore e ancora meno la finezza dell’originale,
confezionato totalmente a mano dalla ditta Habanos de Cuba dell’Avana.
Lo stesso succede a chi assaggia un camembert autentico della
Normandia. Questo formaggio non ha più il gusto dell’autenticità non
appena lo si produce in Bretagna. Ed è la stessa storia per un Porto
vinificato a Cipro: niente a che vedere con l’originale, a meno, forse,
di scegliere il peggiore dei vini di Villanova di Gaia! Per ribadire il
concetto, senza dubbio alcuno, chi sia adepto dello Champagne non può
sopportare il vino con le bollicine della California che osa esibirne
il nome. Quanto allo Jerez del Sud Africa, è l’opposto di quello
dell’Andalusia. Il sapore non è autentico, se non nella versione
originale, e si potrebbero continuare a elencare pagine e pagine di
esempi a dimostrazione del fatto che i cosiddetti nobili – ma… oh,
quanto perniciosi… – progetti della globalizzazione guadagnano terreno.
Business is business… E, nella sua folle corsa, il business mondiale
non si cura affatto della biodiversità, preferendo di gran lunga
l’uniformità espressa in prodotti iper-industrializzati, mondi da
qualsiasi “impurità”, messi a punto per sedurre e diffusi su scala
mondiale. Che siano europei o nordamericani, gli industriali
dell’agroalimentare che si prestano al gioco della fabbricazione del
sapore non sono né più né meno che grossolani volgari falsari,
manipolatori il cui unico interesse è il denaro. Nel campo del vino,
come in quello del formaggio, della senape, del foie gras e dei salumi,
la globalizzazione ha forse qualcosa di buono quando permette la
diffusione – e dunque la conoscenza – di prodotti poco conosciuti. Ma
ha anche il suo rovescio dannatamente riduttivo, che determina, ad
esempio, la perdita di un saper fare locale e l’impiego effimero di
persone, che ci si premurerà di gettare via dopo l’uso, come fossero
volgari fazzoletti di carta, prima di delocalizzare per meglio
sfruttare altrove il filone. Al diavolo l’origine, pur di provare
l’ebbrezza dei soldi!
Per come vanno le cose, ciò che è originale rischia di diventare
eccezione in un universo dove tutto si generalizza, attraversando i
continenti in poche ore d’aereo. Attenzione, non si tratta qui di
imbastire un melodramma sulle malefatte della modernità. Perché anche
ai tempi in cui Renato Carosone cantava «tu vuo’ fa’ l’americano»,
epoca in cui nella nostra vecchia Europa si scopriva la Coca-Cola, il
vino, che faceva ancora parte della vita di tutti i giorni, non
sfuggiva certo alla banalità. Anzi, il nostro vino quotidiano di allora
veniva adulterato in modo vergognoso. Il più delle volte era esecrabile
e solo i ricchi potevano permettersi grandi bottiglie; cosa che oggi,
felicemente, non succede più. Se negli anni Sessanta ci si dichiarava
amanti incondizionati dello Chablis o del Pouilly Fumé, si passava per
essere orribili snob in confronto a una popolazione che, per mancanza
di cultura e di mezzi, non beveva che vino di dubbia qualità, fetente e
solforoso da morire. La banalizzazione era senz’altro all’ordine del
giorno, ma era dovuta a una certa mediocrità diffusa che dipendeva
soprattutto dalla mancanza di conoscenze. Oggi, che la qualità ha
conosciuto progressi magistrali e che le conoscenze circolano alla
velocità di internet, affermare che il proprio vino bianco preferito è
originario di Chablis viene considerato come indizio di sicuro gusto,
di rivendicazione di appartenenza a un territorio, a un terroir. Quale
migliore rappresentazione della complessità di un territorio che non la
Borgogna? Dalle parti di Beaune o di Nuits Saint-Georges la vigna di
ciascun viticoltore darà un vino molto diverso, nel bene come nel male,
da quello del suo vicino di collina. La ragione? Ancora una volta il
terroir.
Vini haute couture e prêt-à-porter
Il gusto è origine, e la parola origine diventa sinonimo di terroir.
Terroir, gusto, origine… parole che, insieme, stanno davvero bene. La
Francia, che vive oggi l’ennesimo melodramma del vino, è stata,
settant’anni fa, addirittura promotrice della nozione di tutela di un
territorio, avendo inventato il concetto di “denominazione di origine”.
Ed è dunque per questo, ad esempio, che solo il latte che esce dalle
mammelle di due specifiche razze di mucca (la tarine e l’abondance)
allevate secondo riti ancestrali in un territorio ben definito
geograficamente e riconosciuto dalla legge, può dare un formaggio che
non ha eguali: il beaufort. Il bisogno di riconoscimento è tale,
soprattutto negli anni Settanta, che dal pollame di Bresse all’olio di
oliva di Nizza, dal vino rosso di Fleurie al vino bianco dello
Jurançon, non si contano più, ormai, i territori sanciti legalmente dal
marchio della denominazione di origine controllata. Ma questa
peculiarità molto francese – da allora le nostre doc hanno ispirato più
di un paese vicino – è oggi gravemente minacciata da una crisi viticola
senza precedenti, segnata qua e là da manifestazioni violente. La
sovrapproduzione non è un’esclusiva francese, ma appannaggio mondiale,
e immette sul mercato vini maliziosi, ben presentati, ma semplici e a
buon mercato. Come la world music e il world food, anche il world wine
è in auge dall’inizio di questo secolo, e interviene a sconvolgere
l’ordine stabilito. In un primo tempo gli strateghi francesi, la cui
tempra commerciale è meno agguerrita, a quanto pare, rispetto a quella
di italiani o spagnoli, risposero alle nuove tendenze con una smorfia
dubitativa e la certezza di essere, ancora una volta, migliori degli
altri. «Forti dei nostri terroir, abbiamo sentito arrivare la crisi ma
ci siamo calati una benda sugli occhi per non vederla» riassume, in
estrema sintesi, un operatore del settore. Come ai tempi della
minigonna, i francesi si rincuorano dicendosi di possedere la nobiltà
dell’Arte con la A maiuscola, il dominio della haute couture e quello
del “saper fare”. Magnanimi, lasciano al resto del mondo quegli
artifici degradanti rappresentati dal prêt-à-porter e del “far sapere”.
È pur vero che, contrariamente a quanto a volte si legge, i vini del
Nuovo Mondo non rappresentano una reale minaccia sul mercato interno
francese, che però, in ogni caso, vede il consumo di vino crollare
drasticamente da un paio di decenni a questa parte: la vendita dei vini
stranieri in Francia non supera comunque il 2%. Ma il loro successo,
quanto a esportazione, ha radicalmente modificato la situazione del
commercio dei vini francesi. Oltre al fatto che Parigi demonizza il
vino con il pretesto di una giusta guerra contro l’alcol, la maggior
parte dei viticoltori del Bordolese e del Languedoc sono sull’orlo del
precipizio, incapaci di differenziarsi sul mercato internazionale.
«Come si può vendere un Bordeaux o un Vin de Pays d’Oc, a dominante
merlot, a un bevitore di vino danese che può trovare a casa sua un
Merlot cileno o australiano a un prezzo inferiore e con un’etichetta
semplice e leggibile? Dieci anni fa potevamo sperare di fare breccia
con la Syrah, ma adesso la notorietà di questo vitigno è tale che lo si
pianta ai quattro angoli della Terra!». Questa riflessione, fatta dal
commerciale di una cantina cooperativa del sud della Francia, illustra
bene le ragioni dell’attuale crisi. Anthony Rowley, professore di
storia presso la facoltà di scienze politiche a Parigi, autore di
numerosi testi sul vino e sulla gastronomia, analizza così la
situazione: «… la crisi di una produzione che, pur essendosi
trasformata, non risponde più alle attese dei consumatori francesi e
stranieri relativamente alla dimensione quotidiana». E aggiunge ancora
che, secondo lui, lo stile dei vini «prêt-à-porter francesi», è fuori
sintonia. In altri termini, la Francia ha difficoltà a confrontarsi con
il gusto mondiale. E i sostenitori della globalizzazione rincarano la
dose: «Il paradosso francese, nel suo rifiuto della globalizzazione,
pretende di vendere all’estero senza accettare le leggi del mercato
globale».
Denominazioni a doppio taglio
A una visione molto “liberale” che consiste nel “fabbricare” vino per
rispondere a una domanda del mercato, sono sempre numerosi quelli che
contrappongono un’idea più morale, mirata a valorizzare il concetto di
terroir per produrre vini che somiglino alla loro terra d’origine e non
a una immagine “da marketing”. Certo, l’idea non è nuova, ma ha il
merito di poggiare su secoli di conoscenza del terreno e delle
competenze, e attecchisce un po’ dovunque nel mondo, fino in California
e in Croazia. Attecchisce tanto e con tale successo che, nel momento in
cui veniamo annegati nei vini standardizzati nel nome della
globalizzazione, il concetto di appartenenza, riferito a un prodotto
specifico di un territorio geografico delimitato e addirittura di un
clima particolare, è in pieno rigoglio. Ne deriva tutta una serie di
interrogativi che alcuni vignaioli francesi, che non si accontentano di
piangere o di estraniarsi, stanno cominciando a porsi. I vignaioli in
questione pensano ai loro confratelli europei, ponendosi le seguenti
domande: «perché dovremmo lasciarci imporre un gusto globale?»;
«perché, visto che la globalizzazione è inevitabile, non integrare in
questo concetto il riconoscimento di prodotti specifici locali?»;
«perché non dovremmo più poter riconoscere, a occhi chiusi, le
particolarità di un Pomerol, di un Barolo e di un Ribera del Duero?»;
«perché dovremmo essere obbligati a standardizzare i nostri vini con
denominazioni a due velocità, nelle quali si troverebbero vini
“premium” affinati nel legno nuovo e vini “ordinari” destinati a essere
commercializzati a basso prezzo?»; «in nome di quale logica dovremmo
smarrire la nostra anima?» La produzione di vini “fatti in casa”,
tipicamente nostri, di vini legati a un territorio, a un cru, si sta
dimostrando, a poco a poco, come la sola possibile via di uscita
dall’idea di un vino globale. Al fine di preservare questa integrità
morale, per meglio ritrovare la strada di una produzione sana e
autentica, non ci sono infinite possibili soluzioni: occorre ovviamente
continuare a battersi per migliorare la qualità, e per questo bisogna
rimettere mano alle denominazioni. Una verità, questa, che non tutti
sono pronti a recepire. Il grande pericolo deriva dal fatto – ed è
normale – che una denominazione di origine controllata degna di questo
nome è gestita da un gruppo di uomini e di donne. In seno a questa
collettività, non sempre ogni membro agisce nel perseguimento del bene
comune, e non di rado gli individualismi vengono prima dell’interesse
generale. Non dimentichiamo che il concetto di denominazione
controllata è nato in Francia, agli inizi del secolo scorso, in
risposta a una situazione di crisi del settore viticolo (crisi della
fillossera) e che ha impiegato trent’anni a strutturarsi per essere
ufficializzato da un decreto legislativo nel 1935. Come nota
giustamente la giornalista Sylvie Augereau in un suo recente articolo,
“AOC, le retour à l’origine” (doc, il ritorno all’origine) pubblicato
sulla rivista del sud della Francia, Terre de vins: «La denominazione
ha perso il controllo. A condizione di corrispondere ai criteri minimi
previsti dalla denominazione (vitigni, rese, modalità di produzione e
di affinamento), uno dei soli controlli effettuati consiste in una
semplice degustazione di approvazione. Paradossalmente, quest’ultima
scarta regolarmente i vignaioli che sembrano più appassionati al loro
terroir». Mentre all’inizio la legge era stata elaborata per offrire al
consumatore una sorta di garanzia qualitativa, presto fu considerata
dai viticoltori come un privilegio del quale bisognava approfittare,
adattandolo nel caso alla propria convenienza. Risultato: il successo
delle prime denominazioni provocò, a partire dagli anni Settanta, la
creazione di altre denominazioni capitanate da viticoltori preoccupati
di rivalorizzare la loro produzione pensando più al soldo che a una
reale disciplina qualitativa. «I produttori sono diventati i
consumatori della loro denominazione, più che gli attori» riassume Marc
Parcé, presidente del Syndicat du cru Collioure e vicepresidente
dell’associazione Sève (www.seve-vignerons.fr). Nato di recente, questo
movimento conta tra i suoi membri alcuni dei più eminenti vignaioli di
Francia: François de Lignéris (Saint-Émilion), Dominique Lafon
(Borgogna), Jean-Michel Deiss (Alsazia), Anselme Selosse (Champagne),
Patrick Baudouin (Anjou), per non citare che i più conosciuti. Marc
Parcé può parlare a pieno titolo del futuro dei nostri vini possedendo
vigne su tre denominazioni: Banyuls, Collioure e Maury. «Noi
utilizziamo lo stesso vitigno, il grenache noir, su due terroir di
scisti distanti tra loro una sessantina di chilometri; e, tuttavia, ci
è impossibile farne lo stesso vino». Bernard Burtschy, giornalista
della Revue du vin de France, è ancora più categorico: «In Francia, su
circa 500 denominazioni controllate, più della metà sono prive di
qualsivoglia originalità, e dovrebbero accontentarsi di produrre vini
di qualità, il che rappresenterebbe già una bella sfida».
Figli delle provette
Corollario della globalizzazione del vino, la caduta dei prezzi induce
un inesorabile abbassamento della qualità. Succede così che per
contenere i costi di invecchiamento, si preferisce conferire sentore di
legno al vino mediante infusione di sacchetti di trucioli nelle vasche.
La globalizzazione ci porta diritti alla generalizzazione di tutte
queste pratiche dubbie, che trasformano i vini in bevande ordinarie,
per le quali il packaging è più importante del contenuto. Il vino di
oggi è forse più sicuro e più neutro del vinello dei nostri bisnonni,
ma in molti casi ha perso la sua anima o è sul punto di perderla.
Questo vino fatto dai tecnici in camice bianco invade in modo insidioso
il pianeta. Non ha né padre né madre. È un vino senza vita che risponde
a un solo imperativo: la legge del mercato. «Quelli che hanno optato
per un vino di mercato devono andare fino in fondo seguendo questa
logica, e dovranno ancora abbassare i prezzi per rimanere competitivi»
ribadisce Marc Parcé. Fino al momento in cui non potranno più andare
avanti, e svaniranno sull’altare della globalizzazione. Ma per quanto
nero sia, questo quadro non esclude del tutto l’ottimismo. Marc, come
altri vignaioli in Francia, pensa che ci sia uno spazio sempre più
grande per quelli che si impegnano e che cercano di uscire da una
visione industriale della viticoltura. La sua associazione, Sève, una
parola francese molto evocativa (“linfa”, “principio vitale”) intende
federare «i vignaioli impegnati in modalità di coltura e di
vinificazione, rispettosi dell’ambiente, per la produzione di vini
originali e autentici, rappresentativi del loro territorio e rispettosi
dei consumatori». Insieme ai suoi consociati, Marc desidera ritrovare
lo spirito originale della doc, e non ha paura di associarvi lo Stato.
«La denominazione di origine è un bene nazionale che fa parte del
nostro patrimonio, un bene sul quale lo Stato ha gli stessi diritti e
gli stessi doveri che ha nei confronti di certi siti e monumenti
storici». La crisi attuale del vino in Francia non è forse che una
crisi di identità che ci si augura passeggera. Nondimeno, ridesta le
coscienze. E otterrà soluzione soltanto nella capacità che troveranno i
vignaioli di decidere per se stessi, rivendicando la fierezza del loro
territorio e del loro terroir. In questo modo, il ragionamento
stupidamente pubblicitario degli anni della conquista (1970-1980) cede
lentamente la parola a un discorso identitario che, in sostanza,
consiste nel affermare: «Il nostro vino è diverso dagli altri, come lo
sono il nostro senso dell’umorismo, il nostro leggendario gusto per le
lumache, da un lato, o l’olio d’oliva, dall’altro. Se ci piace anche il
tartufo, è perché si nasconde nei nostri boschi, proprio accanto alle
nostre vigne. Noi siamo Latini, e se abbiamo le mani callose è perché
siamo visceralmente attaccati alla nostra terra, perché la lavoriamo
sudando. E la terra ci ricambia al meglio, dandoci vini sinceri che non
sono di certo fatti per gli snob, gli inaciditi e sciatti bevitori».
World wine contro home wine: la guerra non è che all’inizio.
Tratto da Slowfood 19, dedicato ai 20 anni dell'associazione italiana
|